......L'AGNESE VA A MORIRE......
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L'Agnese va a morire

Liberamente ispirato al romanzo di Renata Viganò
Testo: Cristina Bartolini
Regia: Sergio Galassi
Con: Cristina Bartolini
Scene e Costumi: Vittorio Marangoni


Una frase del Danton di Buchner suona pressappoco così: “Dicono che in giro c’è una malattia che fa perdere la memoria”. E quando mi ripeto (spesso) questa frase, me ne sovviene, immancabilmente, un’altra, dalle origini meno illustri, anzi da annoverare nella schiera più prosaica dei proverbi, che recita: “Il tempo guarisce ogni ferita”. Chissà perché. Cioè, forse so il perché. E’ un momentaccio, questo. E’ un momento in cui i padri non si chiedono più che cosa avranno da lasciare in eredità ai figli. E’ un momentaccio, perché pare che le parole abbiano perduto valore e senso e funzione e tutta la comunicazione tra gli uomini sia ridotta ad un chiacchiericcio petulante e narcisista. A volte penso che davvero il tempo può guarire ogni ferita: immani tragedie, crimini, errori irreversibili attraversano insieme con conquiste e rivoluzioni salutari la Storia, eppure pare che ognuno di noi sia sempre pronto a barattare la memoria con un tranquillo fine settimana al mare o ai monti. E’ così che si diffonde il virus che fa perdere la memoria. Quando guardo i miei figli penso che non voglio, Dio mi perdoni, che siano felici, ma che siano sempre svegli, con gli occhi, le orecchie, ogni senso del loro corpo all’erta, ricettivo, la voce forte per gridare, il cervello acuto per pensare e per ricordare., perché, come ha detto qualcuno, “Se un uomo non definisce il suo passato, difficilmente si costruirà un presente e ancor più difficilmente riuscirà a progettare il suo futuro”. Io credo che sia proprio vero. (Cristina Bartolini)

Abbiamo scelto di raccontare la storia dell’Agnese proprio così come ci si era presentata leggendola, riducendola, ovviamente, e adattandola ai tempi del teatro, ma facendo attenzione a mantenerne la dimensione in minore, la dimensione cioè di una storia che da personale diviene, come per quasi tutti negli anni bui della guerra, collettiva. Abbiamo preferito raccontare la storia dell’Agnese come, probabilmente, l’avrebbe raccontata lei (se mai si fosse riusciti a convincerla a raccontare), senza drammatizzazioni superflue, ben sapendo che si presenta come una vicenda anacronistica, con il dubbio, quasi, che interessi ancora a qualcuno. Ma tant’è. Ci sono storie come quella dell’Agnese che sanno di un tempo primordiale, ché settant’anni, oggi, sono più di un’era geologica, in cui i luoghi e le persone escono dalla Storia come l’infanzia esce dalla nostra mente quando ci si ferma a ricordare: e allora, gli inverni freddi, crepati e vuoti come le Valli, le estati trasudanti vino e cocomeri spaccati, le stagioni di mezzo grigie come un incubo di tedesco o colorate come un arcobaleno tra i raggi di una ferrugginosa bicicletta escono dall’ombra della terra smossa e mettono radici nella gola della donna che racconta per crescere come voce che parla a coloro cui tocca, ora, stare sulla strada, forse in più facile maniera, forse con un’ansia nuova, orfana di vento.

L’Agnese è grossa, ha la schiena rigida e grassa…L’Agnese è una contadina cui la guerra sottrae il marito e regala, in cambio, una cupa, disperata volontà di resistere e un’istintiva ma fredda e muta tensione al sacrificio.



Consigliato per giovani e adulti



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